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Dicono che i sogni celino chissà quali significati o messaggi, addirittura esoterici. Sfido chiunque a trovarne in questo. L'unica parte inventata è la conclusione, scritta per dargli un epilogo.
Quella notte aveva sognato una capra.
Una capretta che gironzolava tranquilla per casa… gironzolava un po’ troppo, a dire il vero.
Una capra – sì lo so che questo si dice a proposito dei cani, ma quello era un sogno, quindi non fissiamoci troppo con la logica, ok? – non dovrebbe entrare in tutte le stanze. Insomma, con buona pace di Heidi le caprette ti faranno anche ciao, ma è meglio che lo facciano da lontano. Per chi non avesse dimestichezza con pascoli, stalle e alpeggi, non sono animali noti per il profumo che spandono.
Quella, invece, andava di qua e di là senza alcun ritegno.
Già, ma come si fa a convincere una capra ad andare in una direzione precisa, a stare ferma, a non entrare in certe stanze?
Cani da appartamento, lui, non ne aveva mai avuti. Figurarsi cani da pastore.
E adesso la capra, un animale dal pelo lungo, bianco e nero con qualche lappa che si intravedeva qua e là, se ne stava sdraiata sul suo letto in corrispondenza dei piedi. C’era da scommettere che, di lì a poco, avrebbe cominciato a masticare il lenzuolo.
Il sale, già.
Come aveva fatto a non pensarci? Le capre sono ghiotte di sale.
Dunque, cucina, manciata di sale grosso, corsetta attraverso la casa e fischio. Le capre si governano a fischi? Boh. Comunque, i pastori fischiano e questo lo sanno tutti. Ci riescono mettendosi due dita in bocca, mentre lui non ne era mai stato capace… ma non divaghiamo.
E poi quello che importava era il sale.
Una bella manciata di cristalli raffinati, candidi e succulenti nella sua mano protesa verso la porta della camera da letto. Se anche metà di quello che si diceva a proposito di quella particolare sottofamiglia dei bovidi detta “caprini” era vero, l’irrequieto animale non avrebbe saputo resistere e avrebbe abbandonato il giaciglio onirico da cui, dopotutto, veniva (ma questo non le dava diritti, eh?), per qualcosa di ben più concreto.
E difatti ecco la capra, che già aveva mostrato un sospetto interesse per il cuscino, balzare giù dal letto, non senza aver lasciato impronte di zoccoli neri sul lenzuolo bianco e fresco di bucato.
La bestiola attraversò la camera, raggiunse il corridoio, dove lui l’attendeva, e annusò.
Lui arretrò pian piano.
Una capra in casa va bene, ma almeno che se ne stesse in cucina.
Un passo all’indietro, un altro, un passo di lato tipo gambero… e la capra saltò in avanti, cogliendolo di sorpresa e leccando freneticamente il sale. La sensazione non era spiacevole e, se qualcuno gli avesse detto che, mentre l’animale gli ripuliva ben bene il palmo, lui stava sorridendo, sarebbe arrossito, ma non sarebbe stato sorpreso.
La maggior parte dei grani era finita per terra e la capra, svuotata ben bene la mano, si stava ora dedicando ad essi con concentrata determinazione.
Era il momento di andare a vedere che cosa avesse combinato in camera da letto. Sì, ok, diciamo che la donna delle pulizie si sarebbe fatta non poche domande, ma…
Non ebbe il tempo di un’ispezione più accurata: dalla cucina veniva un frastuono assordante.
Seconda corsetta attraverso la casa – evitando lo spigolo della credenza – ed ecco la capra, giuliva, saltellare per la cucina.
Aveva un certo ritmo e si sarebbe detto che ballasse al suono di “vogliam veder la capra /trallalero / vogliam veder la capra / trallalà” o comunque suonasse “La capra nel bosco”. No… un momento… non era la pecora? In ogni caso non era il caso di perdersi in chiacchiere: il ballonzolante quadrupede stava sfasciando tutto.
La aggirò, cercando di non essere colpito da una cornata o un calcio accidentale, e aprì la porta- finestra che dava sul balcone.
La capra si precipitò fuori, continuando a saltellare qua e là, se possibile con maggior energia di prima.
Lui si voltò ed esaminò la cucina.
Uno sconquasso. In quei pochi frenetici secondi, la capra aveva combinato un disastro: pentole a terra, utensili sparsi, sedie rovesciate, il televisore sfasciato, il tavolo spinto in un angolo.
Un macello, sì.
Ma quello che venne da fuori fu un grido di terrore.
Si girò verso il balcone.
La capra non c’era più.
Uscì e, prima ancora che potesse guardare giù, un pianto atterrito di bambini confermò i suoi sospetti.
Salta che ti salta, la capra era balzata oltre la ringhiera ed era precipitata in cortile dal terzo piano.
Alcuni ragazzini ne contemplavano il cadavere sfracellato, le urla di raccapriccio mescolate a quelle di costernazione. Il grido di “poverina, poverina” saliva fino a lui come un uccello del malaugurio.
Si affacciò e, con riluttanza, si sporse.
La capra aveva fatto un bel salto e non era caduta perpendicolarmente, ma quattro o cinque metri più a destra di dove terminava il balcone. Il pelo bianco e nero era chiazzato di rosso.
Come poco prima quando l’animale gli aveva leccato la mano, fu sfiorato, e forse più che sfiorato, da un sentimento, stavolta di pietà.
Quella povera bestia aveva la sola colpa di essere finita, chissà come, nel suo sogno. Meritava una fine simile solo per aver rosicchiato un pochino un lenzuolo che non era fatto che di onde cerebrali e messo a soqquadro una casa che, diciamocelo, non sarebbe mai finita sulle riviste di arredamento?
Mentre così rifletteva, gli parve che, di sotto, l’animale, circondato dai bambini come per una minuscola, improvvisata veglia funebre o come se questi avessero tracciato un cerchio magico, si muovesse; forse che, benché zoppicante e scomposto, provasse persino ad alzarsi.
A quel punto si svegliò.
Esitò un secondo, poi decise che un sogno così bizzarro meritava di esser creduto ancora per un po’ dopo che, ufficialmente, si era entrati a tutti gli effetti nel mondo della veglia, e andò in cucina.
Tutto a posto ovviamente – ah, e, naturalmente, come aveva avuto modo di verificare appena messi i piedi fuori dal letto, niente e nessuno aveva masticato il lenzuolo.
Aprì il barattolo sulla mensola, guardò dentro e fece una smorfia.
Non s’era mai abituato a scrivere la lista della spesa sul telefono e, se usava carta e penna, immancabilmente la dimenticava da qualche parte. Insomma, si affidava per lo più alla memoria.
Certo però che, come sistema per ricordarsi di comprare il sale, quello era assai bizzarro.
E sì che era sicuro di averne acquistato una confezione il giorno prima.